PREMESSA
Il seguente contributo è stato scritto dal Dott. Livio Asta, presidente dell’APS Popolo di Brig con lo scopo di fornire riferimenti, dati e conoscenze a membri dell’Associazione e ad ogni rievocatore, studioso o anche semplice appassionato e curioso circa l’abbigliamento delle popolazioni di cultura celtica della seconda età del ferro, periodo della cosiddetta cultura di La Tène.
– APS POPOLO DI BRIG –
Teuta Brig rievocazione celtica
Ligures Veleiates rievocazione ligure
Bardomagus progetto di archeologia musicale
L’associazione Popolo di Brig, nata nel 2004 e costituitasi ufficialmente nel 2007, si occupa di rievocazione storica celtica della seconda Età del Ferro. Tramite la living history e numerose didattiche, ricostruisce la vita quotidiana di un insediamento insubre del III secolo a.C..
Dal 2010 la nostra proposta è stata ampliata con il progetto Ligures Veleiates; tramite le medesime modalità, accendiamo i riflettori sull’antico popolo dei liguri Veleiati, valorosi abitanti dell’Appenino nord occidentale.
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INTRODUZIONE
(Poiché questo scritto nasce non come articolo scientifico ma come guida destinata a un uso interno al gruppo, e considerando il fatto che molte informazioni provengono direttamente dalle immagini e dalle fonti classiche riportate, non ho ritenuto necessario l’abituale apparato di note.)
Per un gruppo di rievocazione storica focalizzato sui Celti italiani del III a.C. la ricostruzione dell’abbigliamento pone problemi enormi: se ci dovessimo basare solo su reperti cisalpini del nostro periodo saremmo tutti – letteralmente – nudi. Siamo perciò costretti a un livello di approssimazione che giudicheremmo del tutto ingiustificabile per altre classi di materiali (armamento, vasellame, gioielli…) o per epoche e popoli diversi.
Le ragioni sono varie:
- La deperibilità dei materiali organici, particolarmente evidente nell’area mediterranea, in cui non abbondano deserti, ghiacciai, miniere di sale e torbiere.
- L’uso dell’incinerazione accanto a quello dell’inumazione.
- La scarsa utilità delle raffigurazioni coeve, sia galliche (molto stilizzate e simboliche) che greco-etrusco-romane (prevalenza della nudità guerriera stereotipata; ripetitività dei modelli, solitamente di ispirazione greca).
- L’insufficienza delle descrizioni, anche quando sono piuttosto precise e circostanziate.
A ciò si aggiunge il fatto che ignoriamo totalmente se e in che misura, come spesso avveniva e avviene nelle società tradizionali, i particolari dell’abito segnalassero differenze etniche, di età o di funzione. Di conseguenza occorre per forza allargare lo sguardo al “prima” (Età del Bronzo; Hallstatt), al “dopo” (epoca gallo-romana; tarda antichità) e all'”altrove” (Greci, Romani, Etruschi, Veneti, Germani, Daci, nomadi delle steppe…). L’importante è mantenere l’onestà intellettuale, evitando sia di ipotizzare più del necessario per pigrizia, sia di trasformare le ipotesi in dogmi.
1) MATERIALI, INTRECCI, COLORI
(La trattazione di materiali, tecniche di lavorazione e tintura, che richiederebbe una guida a sé stante e approfondite conoscenze tecniche, è qui solo accennata a mo’ di premessa.)
Gli abiti erano tessuti utilizzando fibre animali (lana di pecora o, occasionalmente, pelame di altre specie) e vegetali (lino, canapa, ortica). L’utilizzo di seta d’importazione orientale e/o mediterranea, comunque molto raro e apparentemente limitato alle decorazioni, è tuttora in discussione.
I fili potevano essere anche molto fini (fino a 0,2 mm di diametro), con una densità che arrivava a superare i 30 fili al centimetro.
È attestata un’ampia varietà di intrecci tessili, di cui si possono vedere alcuni esempi nelle immagini sottostanti.

Un’ampia gamma di tinture vegetali, con l’utilizzo di mordenti, consentiva di ottenere i colori vivaci su cui tanto insistono le fonti greche e romane, che nel descrivere gli abiti dei Celti si servono di aggettivi come “fioriti”, “colorati”, “variegati”. È tuttavia difficile che si raggiungessero la brillantezza e la resistenza nel tempo dei colori moderni più accesi, soprattutto sulle fibre vegetali.
I tessuti fini e colorati non dovevano essere un’esclusiva delle élites economiche e guerriere, contrariamente a quanto si potrebbe ritenere: basti pensare agli abiti da lavoro dei pur benestanti minatori di Hallstatt.
2) DECORAZIONI E CUCITURE
Oltre ai motivi ottenuti direttamente con la tessitura, è verosimile che altri tipi di decorazione impreziosissero gli abiti; l’iconografia e le fonti classiche, purtroppo, difficilmente consentono di individuare con sicurezza la tecnica utilizzata; occorre quindi basarsi soprattutto sui reperti tessili conservati.


a. Bordure a tavolette
Le passamanerie realizzate a tavolette sono frequenti in epoca hallstattiana e rarissime nella successiva fase lateniana, in cui però si ritrovano gli strumenti utilizzati per produrle.

Tali passamanerie erano perlopiù integrate direttamente nel tessuto, utilizzando le tavolette in combinazione col telaio; esistono però alcuni reperti in cui sono cucite sul bordo dell’abito. Fra questi, un esemplare da Dürrnberg (Austria) applicato a una manica spicca perché datato su base stilistica alla prima metà del III a.C.

b. Ricamo
L’uso del ricamo è forse suggerito da un passo del geografo greco Strabone (IV, 5), il quale afferma che “i dignitari portano vestiti colorati e cosparsi d’oro“; tuttavia il verbo greco è troppo generico perché lo si possa collegare con certezza a una tecnica specifica.
Nella miniera di Hallstatt (Austria) è stato rinvenuto un frammento di abito in cui due pezze di tessuto diverso sono unite da una robusta cucitura realizzata in modo tale da ottenere anche un effetto decorativo.
Da Burton Fleming (Regno Unito) proviene un frammento di tessuto datato al La Tène II, decorato lungo il bordo da piccoli rettangoli ricamati.

Più complesso il motivo a svastiche, ricostruito in base alla posizione dei fori sul tessuto, del reperto di Nové Zàmky (Slovacchia), risalente al III a.C. (o a fine V-IV a.C. secondo un’altra datazione).
b. Cuciture
Nei reperti tessili dell’età del bronzo e del ferro anche orli e cuciture sono generalmente eseguiti con grande cura e spesso in modo da creare un contrasto cromatico con effetto decorativo. La varietà dei punti attestati è considerevole; ne riporto alcuni esempi.

3) BRACHE
Le bracai (lat. bracae, greco brákai), probabilmente inventate dai cavalieri nomadi delle steppe, sono molto presenti nelle descrizioni e nelle raffigurazioni dell’abbigliamento maschile gallico, di cui dovevano costituire un elemento quasi irrinunciabile; lo conferma il fatto che la Gallia transalpina, di recente conquista, era chiamata dai Romani anche Gallia bracata, in contrapposizione alla Cisalpina o togata, ormai profondamente romanizzata e dunque passata all’uso della toga.
La forma generale è chiara: gambe piuttosto strette, soprattutto dal ginocchio in giù (Strabone IV, 30 parla appunto di “brache aderenti”); talvolta stoffa eccedente arrotolata in vita.



Difficile, però, ricostruire il cartamodello nei dettagli, soprattutto per quanto riguarda la parte superiore. Essendo il cavallo che troviamo nei pantaloni attuali invenzione relativamente moderna, il confronto con altri luoghi ed epoche sembra suggerire l’aggiunta di uno o più elementi centrali di forma rettangolare o romboidale.




Possibile sulla base di questi reperti, anche se non visibile nelle sculture, l’uso di passanti o lacci in vita e di “calze” a prolungare le gambe; non comprovabile (e forse superflua se le bracae sono strette) la presenza di lacci alla caviglia e/o al ginocchio, che troviamo forse in raffigurazioni più tarde.

Il calderone di Gundestrup (I a.C.), trovato in Danimarca, di manifattura forse tracica ma di soggetto quasi unanimemente ritenuto celtico, mostra l’uso di pantaloni al ginocchio, avvalorato anche da una moneta britannica del I d.C. e dal più tardo ritrovamento di Marx Etzel (Germania), datato al II d.C.

Importante sottolineare che in ambito gallico non esistono prove dell’utilizzo di brache da parte delle donne: esso è di per sé plausibile sul piano pratico in particolari situazioni (ad esempio per cavalcare), ma mai testimoniato, malgrado l’interesse “esotico” che ciò avrebbe suscitato negli autori mediterranei, dunque sconsigliabile per i rievocatori.
4) CAMICIE
La parola italiana “camicia” deriva dal latino tardo camisia (attestato col senso di “camicia da notte”), di probabile origine gallica; non sappiamo però con esattezza che cosa il termine indicasse inizialmente, sebbene sia invalso fra i rievocatori il suo uso per indicare la veste maschile.
a. Chiusa
L’abbigliamento maschile poteva essere completato da una tunica (“chiton” indica di solito una veste chiusa cucita):
“Si servono di vesti che colpiscono: di chitoni tinti ornati (lett. “fioriti”) di svariati colori e di pantaloni che essi chiamano bracai.” (Diodoro Siculo, V, 30)
Una semplice tunica a maniche corte e scollo dritto è raffigurata in una statuetta di età ellenistica (II a.C.?)

Sul già citato calderone di Gundestrup compaiono varie tuniche maschili con maniche lunghe o corte; lo scollo, quando è chiaramente visibile, è a forma di V; altri dettagli (ad esempio la forma della parte bassa nelle figure che indossano le brache) sono talvolta di difficile interpretazione.

I reperti tessili sono tutti molto più tardi e germanici. La tunica di Thorsberg (Germania), in lana, a maniche lunghe e scollo dritto, è datata al IV d.C.

Non vi sono prove dirette dell’uso di tuniche senza maniche in ambito gallico; un primo indizio in tal senso è però il fatto che le statue della Francia meridionale datate fra V e II a.C. raffigurino con le braccia nude guerrieri in armatura, difficilmente indossata a diretto contatto con la pelle.
Inoltre una statuetta venetica di V-IV a.C., da Este, raffigura un offerente con tunica senza maniche.

Stessa caratteristica presentano infine due reperti tardi, entrambi di area germanica.

L’uso di più tuniche sovrapposte, non direttamente testimoniato, è tuttavia possibile. Lo suggerisce, ad esempio, un rilievo di età imperiale raffigurante un guerriero dacico.
b. Aperta
Nel I a.C. Strabone (IV, 3) scrive:
“Al posto dei chitoni portano (vesti) divise dotate di maniche, (che arrivano) fino alle pudenda e ai glutei”.
La parola greca schistoùs può indicare un semplice spacco. Tuttavia, poiché “chitone” indica abitualmente una tunica chiusa, il capo indossato “al posto dei chitoni” potrebbe ipoteticamente identificarsi con la veste a maniche lunghe con apertura frontale, già attestata nel La Tène A e che ricompare nella statuaria dal I a.C.

Ne è un esempio, sebbene la cotta di maglia e il mantello non ne consentano una visione completa, la statua del “guerriero di Vachères”, un ausiliario gallico del I a.C.

Vesti simili compaiono in varie statuette gallo-romane di età imperiale e forse su alcune monete di Cesare (metà I a.C.), se non si tratta, in quest’ultimo caso, di armature organiche.


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5) VESTI FEMMINILI
a. Tunica lunga
L’abbigliamento femminile celtico è scarsamente descritto dalle fonti; tuttavia Cassio Dione (LXII, 2) ci dice che la regina Boudicca, intorno al 60 d.C., “indossava un chitone variegato”; il termine “chitone” indica normalmente in greco una tunica, un abito cucito, in contrapposizione al peplo, drappeggiato e chiuso mediante fibule.
Due raffigurazioni sul già citato calderone di Gundestrup sembrano confermare l’uso di lunghe tuniche dotate di maniche da parte delle donne:

Nella stessa direzione sembra puntare la ricostruzione di una statua femminile (peraltro molto frammentaria e lacunosa) proveniente da Entremont (Francia) e datata al II (o secondo un’altra ipotesi al III) a.C.

L’unico reperto tessile, molto tardo (II d.C.), proviene da una sepoltura femminile di Les Martres de Veyre (Francia): un’ampia tunica di lana lunga 125 cm (dunque ben sotto il ginocchio) con maniche da 40 cm, per una larghezza totale di 170 cm; una piega nella parte centrale ha fatto supporre che in caso di necessità la tunica venisse accorciata rimborsandola sulla cintura. Era indossata insieme a calze tubolari di lana, di cui si dirà in seguito.

b. Peplo
Il peplo, forse diffusosi per influenza dei popoli mediterranei oppure adottato separatamente in vari luoghi per la semplicità di produzione, sembra essere rimasto in uso in alcune zone d’Europa dalla prima età del ferro fino all’Alto Medioevo. Si tratta di un ampio rettangolo di tessuto piegato a formare un tubo, poi fermato in vita da una o più cinture e chiuso sulle spalle con due fibule. L’eventuale parte eccedente in lunghezza poteva ricadere sul petto e sulla schiena, talvolta fino a essere nuovamente fermata dalla cintura.

Oltre che dalla posizione delle fibule in numerose necropoli galliche di varie epoche, l’uso del peplo è testimoniato da raffigurazioni di età ellenistica:

Da Huldremose (Danimarca) proviene una veste databile probabilmente al II-I a.C.; nell’aspetto generale è simile a un peplo, ma manca dell’apertura laterale essendo stata stata realizzata con un telaio tubolare.
Misura 170 cm di lunghezza (compresa la parte ripiegata sul petto e sulla schiena) e 274 cm di circonferenza.

A titolo di confronto si può citare un reperto molto più tardo: il peplo tubolare della “fanciulla di Hammerum” (Danimarca), variamente datato fra il I e il III secolo d.C.

È possibile (e ipotizzato in varie ricostruzioni museali) che per ragioni climatiche il peplo fosse indossato anche sopra una tunica dotata di maniche, come si può vedere in un più tardo rilievo romano raffigurante una prigioniera dacica.

c. Gonna
L’uso di gonne non è direttamente attestato in ambito celtico; lo rendono tuttavia quantomeno possibile alcuni reperti danesi e una raffigurazione venetica. Il primo reperto, da Huldremose, è datato al II-I a.C.: si tratta di una gonna di lana, originariamente blu, chiusa in vita da un laccio di cuoio che scorreva nel bordo, ottenuto durante la tessitura. Tracce di fibre vegetali (che, a differenza di quelle animali, non si conservano nelle torbiere) suggeriscono la presenza di una tunica o di una camicia.

Un tessuto di lana, che misurava 175×115 centimetri ed era sostenuto da una cinghia di cuoio, avvolgeva il corpo di una donna sepolta nella torbiera di Borre (Danimarca) intorno alla metà dell’VIII secolo a.C.; è stato interpretato come una gonna.
Il terzo reperto, più tardo e meno conservato, proviene da una sepoltura femminile di Lønne Hede (Danimarca) datata al I d.C.. L’abbigliamento della defunta, secondo quanto è stato ricostruito, consisteva in una gonna, composta da un’ampia fascia in vita a cui era cucita la parte bassa, e da una corta tunica senza maniche chiusa sulle spalle da due fibule; entrambi i capi erano in lana.

Anche la defunta in costume indigeno raffigurata su di una stele venetica di I a.C. sembra indossare una gonna, abbinata a una corta tunica a a maniche lunghe.

6) MANTELLI
a. Mantelli senza cappuccio
Insieme alle bracai il sagon (latino sagum, greco ságos), mantello di lana quadrato o rettangolare fissato sulla spalla con una fibula, è il capo di abbigliamento più presente nelle descrizioni e nelle raffigurazioni di Celti di entrambi i sessi e di varie epoche:
“Gli Insubri e i Boii si schierarono indossando le braghe e i ságoi leggeri”.
(Polibio II, 28, 7 sulla battaglia di Talamone del 225 a.C.)
“Affibbiano dei mantelli a strisce (lett. “a bacchette”), pelosi d’inverno, lisci d’estate, divisi in quadratini fitti e multicolori”.
(Diodoro Siculo, V, 30; I a.C.)
“(Boudicca) indossava una tunica variegata, e aveva affibbiato sopra di essa una spessa clamide (= mantello rettangolare)”.
(Cassio Dione, LXII, 2, sulla rivolta di Boudicca del 60 d.C.)



I ritrovamenti materiali, anche in questo caso, sono esterni all’area celtica e più tardi.
Dalla già citata torbiera di Thorsberg (Germania) proviene un ampio mantello con bordure a tavoletta su tutti e quattro i lati e frange su due, datato al III d.C.


Un mantello con lunghe frange è raffigurato in una statuetta ellenistica di guerriero galata da Myrina (Grecia).
La già citata “donna di Huldremose” (Danimarca, II-I a.C.) portava, sotto altri due mantelli di pelle, una pezza di lana, originariamente di colore rosso, avvolta intorno al collo e affibbiata sotto il braccio sinistro con uno spillone d’osso. Le dimensioni ridotte (139-144 x 49 cm) e il modo in cui era indossata fanno pensare a una sciarpa o a uno scialle più che a un vero e proprio mantello.

Da Gerum (Svezia) proviene un mantello di lana datato fra il 360 e il 100 a.C. Di forma ellittica, misura 250 x 200 cm e, mancando di un foro per la testa, veniva piegato a metà e affibbiato sulle spalle.

Sempre dall’area germanica provengono infine vari mantelli corti in pelle: quelli della già citata “donna di Huldremose”, indossati insieme e rivolti uno col pelo all’esterno e l’altro col pelo all’interno, sono in pelle rispettivamente di pecora e di agnello; quello della “donna di Elling” (Danimarca, IV-III a.C.) è in pelle di pecora; un esemplare da Kayhausen (Germania, IV a.C.) è invece in pelle di vitello. Difficile dire se mantelli simili fossero indossati, d’inverno, anche in aree più meridionali. È possibile che vadano identificati con i rhenones che Cesare menziona riguardo ai Germani (De bello gallico, VI, 21), mentre Varrone (De lingua latina, V, 35) ritiene che il termine sia gallico.



Un prigioniero gallico o germanico raffigurato sull’arco di trionfo di Carpentras (Francia), risalente agli inizi del I d.C., indossa quello che sembra un rudimentale mantello di pelliccia con un’apertura per la testa. Lo stesso tipo di mantello compare forse in un rilievo etrusco di fine III a.C., dove però il guerriero celta è di spalle.


Da notare poi che in diverse raffigurazioni di guerrieri il mantello rettangolare in tessuto, unico capo di vestiario, sembra drappeggiato sotto il braccio destro e talvolta legato in vita a mo’ di exomis greca.



Riguardo ai mantelli è infine opportuno citare un passo di Cesare (De Bello Gallico VII, 50) in cui, nelle fasi concitate di una battaglia, i Galli alleati dei Romani “si distinguevano per la spalla destra scoperta, segno consueto di riconoscimento” (“dextris humeris exsertis animadvertebantur, quod insigne pactum esse consuerat”). Su questa base alcuni rievocatori, in modo non necessariamente scorretto ma speculativo, portano il mantello arrotolato e fissato a tracolla, per scoprire la spalla.
b. Mantelli col cappuccio
Birrus, cucullus e bardocucullus, nomi con cui i Romani definivano vari tipi di mantello con cappuccio, sono perlopiù ritenuti prestiti linguistici dal gallico. Tuttavia, se il cucullus è citato già da Catone intorno al 160 a.C. (De agri cultura II, 3) come abbigliamento per gli schiavi impiegati in campagna, le altre attestazioni sono decisamente più tarde (fine I-inizio II d.C.).
Anche le raffigurazioni, soprattutto di contadini, pellegrini e divinità (i genii cucullati, secondo alcuni nati da un sincretismo religioso fra Greci e Galati) risalgono quasi tutte all’età imperiale, sebbene le più vecchie risentano ancora della tradizione scultorea indigena.



Vi è però una statuetta ellenistica, probabilmente datata agli inizi del II a.C., che ritrae un guerriero galata con un lungo mantello provvisto di cappuccio; un’altra, da Smirne (Turchia), sembra raffigurare un mantello molto più corto e di tessuto più leggero.


Una spiegazione potrebbe essere la maggior frequenza, con la romanizzazione, delle raffigurazioni realistiche di situazioni quotidiane nelle quali forse già in precedenza si indossavano questi mantelli.
7) GIUBBETTI E GIACCHE DI PELLICCIA
Nell’immaginario romano l’uso della pelliccia nell’abbigliamento connotava in modo quasi stereotipato il barbaro: nel I d.C. Plinio (XXXIII, 143), parlando della ricchezza del figlio di un cavaliere romano di Arelate (attuale Arles, Francia), sottolinea che era “vestito di pelli dalla parte della stirpe paterna”.
Uno dei Galli raffigurati nel frontone del tempio di Civitalba (Ancona), datato agli inizi del II a.C. e probabilmente ispirato a modelli scultorei greci, sembra indossare un giubbetto di pelliccia senza maniche. Alcuni autori l’hanno interpretato come una cotta di maglia, ma la scarsa somiglianza e soprattutto l’apertura sul davanti rendono improbabile tale identificazione.

Potrebbe trattarsi della crocina, parola celtica riportata da una glossa tardoantica o altomedievale come sinonimo del termine -forse paleosardo- mastruga; quest’ultimo è tuttora il nome del giaccone senza maniche in pelle caprina facente parte del costume tradizionale sardo.

L’uso di giacche di pelliccia dotate di maniche, come quelle consigliate nel I d.C. dall’agronomo romano Columella per proteggere i lavoratori dal freddo e dalla pioggia (De re rustica 1.8.9), è possibile ma non comprovabile.
8) CALZE
Sebbene manchino ritrovamenti gallici della Seconda Età del Ferro, l’uso di calze e/o protezioni per i polpacci è molto verosimile, sia per esigenze climatiche che alla luce dei ritrovamenti precedenti e successivi.
Sul gruppo delle Vedrette di Ries/Riesenferner (Bolzano), a oltre 2800 metri di altitudine, è stato trovato un insieme di tessili datati all’VIII-V a.C., quasi certamente indossati in combinazione fra loro e con scarpe in pelle di capra, di cui restano solo frammenti:
- Un paio di gambali esterni in tessuto di lana caprina ruvido e spesso, lunghi 55 cm (dunque almeno fino al ginocchio) e con una circonferenza di 34 cm, leggermente conici e dotati di cordicelle per il fissaggio alla caviglia e all’alluce.
- Un secondo paio di gambali interni, in tessuto di lana caprina più morbida, lunghi 62 centimetri e con una circonferenza di 34 centimetri; una parte sporgente all’estremità inferiore doveva forse essere infilata nella scarpa.
- Un paio di calze basse, simili a scarpe chiuse, composte ciascuna da dieci pezzi assemblati di lana fine, dotate di lacci e con rinforzi sulla suola e sulla punta.


Straordinariamente simili, malgrado la distanza cronologica, alcuni reperti da una tomba femminile di Les Martres de Veyre (Francia), del II d.C.

Si possono inoltre osservare, per confronto, due esemplari romani di età imperiale provenienti dall’Inghilterra: una calza da bambino in lana tessuta ritrovata presso il forte di Vindolanda e un manico di rasoio da Darlington. Quest’ultimo rappresenterebbe, secondo alcuni, una calza realizzata con la tecnica del naalbinding, la cui effettiva esistenza in epoca preromana e romana è però assai discussa.


Il polpaccio e/o il piede potevano essere protetti, senza ulteriori lavorazioni, da semplici rettangoli di lana. Quelli trovati a Søgårds Mose (Danimarca) e datati fra IV e II a.C., erano fermati da lacci e avvolgevano ancora i polpacci del defunto.

Un reperto forse analogo (un piede avvolto in un tessuto di lana tenuto fermo da due paia di legacci, a formare una sorta di calza) è stato trovato a Padova e datato al V a.C.
Protezioni simili sono del resto attestate fino ad epoche recentissime (addirittura nel moderno esercito russo!) e talora preferite alle calze.

Va infine ricordato che una scarpa trovata ad Hallstatt era imbottita di erba, verosimilmente con funzione di isolante; questa pratica è documentata, talora fino al XX secolo, presso varie popolazioni nordeuropee, nordamericane e asiatiche, che sceglievano erbe o cortecce apposite e le lavoravano con una tecnica simile a quella usata per ammorbidire le fibre del lino e della canapa.
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9) SCARPE
Anche nel caso delle calzature, la documentazione per la seconda età del ferro in area celtica è piuttosto scarsa. Sembra tuttavia possibile ricondurre le forme utilizzate a tre tipologie, di lunga durata e ben attestate, con minimi cambiamenti, in vari luoghi ed epoche.
a. Semplici
La tipologia di calzatura più frequentemente testimoniata in epoca preromana è quella formata da un unico pezzo di pelle ritagliato, forato lungo i bordi, cucito posteriormente e chiuso con un laccio. La forma, presente già nel 3500 a.C. (Grotta di Areni, Armenia), è ampiamente attestata fra età del bronzo ed età del ferro, sia nelle torbiere nordeuropee che nelle miniere di sale austriache di Hallstatt e Dürrnberg. Alcuni esemplari di epoca romana, pur mantenendo invariata la tecnica costruttiva di base, sono più lavorati e aggraziati, ma altri esemplari romani, medievali e perfino moderni (ad esempio le pampooties irlandesi) restano praticamente indistinguibili da quelli preistorici. È probabile che le gallicae menzionate nella letteratura romana dal I a.C. (Cicerone, Filippiche 2, 76) appartengano a questa tipologia.







Una variante costruttiva è leggermente più chiusa e presenta la punta piegata e talvolta cucita.



b. Composite
Scarpe chiuse composte di più parti, dotate di suola e perlopiù con la punta rialzata, probabilmente di origine etrusca, sono largamente attestate in epoca hallstattiana e nel La Tène A e B1, fino ai decenni centrali del IV a.C., dunque contemporaneamente alle più semplici “gallicae“. Sembrano poi scomparire, ma la loro permanenza è suggerita da una raffigurazione (invero non molto chiara) di II a.C.






c. Sandali
Un frammento di statua da Entremont (Francia), datato al III o II a.C. e probabilmente pertinente ad una figura femminile, raffigura un paio di sandali infradito con spesse suole a più strati e un elaborato sistema di lacci.

10) COPRICAPI
Da descrizioni e raffigurazioni coeve sono totalmente assenti copricapi (ad eccezione, naturalmente, degli elmi) per i Celti della seconda età del ferro. Le testimonianze sono per contro numerose nei periodi precedenti e successivi, nonché in epoca coeva ma in area germanica; prevale un tipo di copricapo a punta più o meno accentuata, nel complesso simile al pilos greco:







Varie altre forme di copricapo sono testimoniate senza continuità (solo in epoca hallstattiana o gallo-romana); fra queste:


Altre forme raffigurate in singoli casi si potrebbero interpretare come copricapi, ma sono più probabilmente elmi in materiale organico o imbottiture per elmi metallici.


Per chi senta la necessità di ripararsi dal freddo o dal sole è dunque nel complesso consigliabile una riproduzione, anche semplificata, della forma che sembra essere più costante, il pileus con la punta.
Un’alternativa con basi più solide può essere, per le donne, il capo velato, sul cui eventuale significato sociale (donna sposata?) o religioso non sappiamo nulla:



È infine possibile ipotizzare, pur senza alcuna certezza, l’utilizzo da parte delle donne di retine per capelli realizzate con la tecnica dello sprang: alle numerose attestazioni iconografiche greche ed etrusche, che continuano almeno fino agli inizi del III a.C., si affiancano vari ritrovamenti danesi databili sia all’età del bronzo che agli ultimi secoli a.C. (Bredmose, IV-I a.C.; Haraldskaer, IV-III a.C.) e un frammento proveniente dal campo romano di Vindonissa (Svizzera) datato al I d.C.



L’utilizzo di una fascia sulla fronte, infine, è testimoniato iconograficamente sia per gli uomini che per le donne.


11) GUANTI
Nessuna fonte prova con certezza l’esistenza dei guanti in senso stretto nell’età del ferro in area celtica, malgrado il clima rigido di alcune zone; il dettaglio della statua di Vachères (I a.C.) talvolta interpretato come tale è certamente il risvolto della manica.
Vari autori greci e romani ne menzionano però l’utilizzo per i lavori agricoli o contro il freddo. Su di una placca di fodero romano trovata a Windisch (Svizzera) è raffigurato un barbaro prigioniero; fra gli oggetti che lo circondano potrebbero esserci due guanti, ma l’interpretazione è assai dubbia: potrebbe infatti trattarsi di mani tagliate.


Dalle miniere di Hallstatt proviene un frammento di tessuto riciclato come protezione per le mani, praticandovi anche un foro per il pollice; non si tratta, però, di un guanto in senso stretto.
Se l’interpretazione di un frammento di lana da Guldhøj (Danimarca) è corretta, nell’età del Bronzo erano già in uso manopole simili a quelle più ampiamente testimoniate dall’alto Medioevo.

12) ACCESSORI VARI
a. Cinture
L’iconografia testimonia un uso frequente di cinture negli abiti sia maschili che femminili; nelle sepolture, però, si conservano solo ganci metallici o, per le donne, cinture interamente in bronzo (queste ultime non attestate in Italia). Le fibbie con ardiglione, simili a quelle moderne, sembrano comparire solo con la romanizzazione.


È probabile che nella maggior parte dei casi le cinture fossero interamente in materiale organico.
Ne è un esempio la cintura dell’uomo di Tollund (Danimarca, IV-III a.C.), in pelle: un’estremità, più larga, presenta un occhiello nel quale passa l’estremità opposta, più sottile, che poi viene annodata su se stessa.

La cintura raffigurata indosso ad una figura femminile in una statuetta di III a.C. rinvenuta a Parma presenta somiglianze con quella in tessuto, molto più tarda, da Les Martres de Veyre (Francia).


b. Borse
Dalle miniera di Dürrnberg (Austria) provengono alcune borse a tracolla in pelle, di forma molto semplice; misurano rispettivamente 44,7 x 39,7 e 34,5 x 24,5 centimetri.

Difficile, invece, stabilire se fossero effettivamente utilizzate borse da cintura analoghe a quelle attestate in epoca tardoantica e altomedievale. Se da un lato, non esistendo ancora le tasche, la necessità pratica sembra suggerirlo, dall’altro scarseggiano le testimonianze coeve. Unica eccezione un sacchetto di pelle con anelli di bronzo per la sospensione, trovato a Jersey (UK) insieme a un tesoro di monete.

Si segnala infine che, sebbene l’uso di corni potori sia infrequente ma attestato, nulla prova né suggerisce l’esistenza di “portacorno” da cintura, che vanno dunque evitati.
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TABELLA RIASSUNTIVA
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Materiali e tecniche |
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Bracae maschili |
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Camicie |
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Vesti femminili |
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Mantelli |
Se necessario per il clima:
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Giacche |
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Calze |
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Scarpe |
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Copricapi |
Se necessario per il clima:
Inoltre:
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Guanti |
Se necessario per il clima:
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Accessori vari |
Cinture:
Borse (se necessario):
NO “portacorno” in cintura. |
BIBLIOGRAFIA
Essendo questa ricerca soprattutto iconografica, la maggior parte delle immagini e delle informazioni proviene da libri, articoli e siti internet che trattano l’argomento solo marginalmente o che non lo trattano affatto; mi limito quindi a riportare in bibliografia alcuni fra i testi più specifici utilizzati.
Una menzione particolare va a
H. Smith, “Celtic” Clothing (with Greek and Roman Influence) from the Iron Age – a Realistic View Based on What We Know, scaricabile dal sito www.academia.edu: pur non essendo strutturato in modo strettamente accademico, raccoglie molte delle fonti iconografiche e testuali di cui mi sono servito.
T. Belanová, Archaeological Textile Finds from Slovakia and Moravia Revisited, in NESAT IX, 2005
P. Bichler et al., Hallstatt textiles: technical analysis, scientific investigation and experiment on Iron Age textiles, 2005
M. Gleba, Italian textiles from prehistory to Late Antique times, in A stitch in time: essays in honour of Lise Bender Jørgensen, 2014
P. V. Glob, Les hommes des tourbières, 1966
M. Hald, Primitive shoes, 1972
M. Leguilloux, Le cuir et la pelleterie à l’époque romaine, 2004
U. Mannering et al., Dating Danish textiles and skins from bog finds by means of 14C AMS, in Journal of Archaeological science, n. 37, 2010
Contributo a cura del Dott. Livio Asta, presidente dell’APS Popolo di Brig.
Contatti:
Associazione di Promozione Sociale Popolo di Brig
Teuta Brig rievocazione celtica
Ligures Veleiates rievocazione ligure
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Maggiori informazioni sull’Associazione al sito www.popolodibrig.it
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