Il guerriero di Casaselvatica: ligure o boico?

Rinvenuta fortuitamente nel 1958 in località Casino Pallavicino di Casaselvatica (comune di Berceto, Parma) a oltre 800m slm, la sepoltura cosiddetta “del guerriero di Casaselvatica” rappresenta ad oggi una delle più importanti e interessanti sepolture celtiche (o liguri) nella provincia di Parma per quanto concerne l’armamento del primo scorcio del III a.C. e per la particolarità della forma inumatoria (inumazione in cassetta litica).

Datata al primo quarto del III secolo avanti Cristo (LT B2 finale – Ligure III B2), si tratta di una sepoltura ad inumazione in cassetta litica entro lastre in arenaria di un individuo di sesso maschile dell’età di 25-30 anni;

La tomba era protetta sui lati e sulle testate da lastre di arenaria sommariamente lavorate, contenenti un inumato con testa a ponente. Il cranio era ancora coperto da un elmo in bronzo del tipo a paranuca con decorazione incisa intorno alla parte inferiore. L’elmo è provvisto di paragnatidi e ai lati aveva saldati due supporti di lamina destinati a sorreggere due corna schematiche (una delle quali conservata) pure in lamina con decorazioni a punzone a motivi “geometrici”.

G. A. Mansuelli, Berceto (Aemilia, Parma). Scoperte in frazione Casaselvatica, riportato in Daniele Vitali, Celti e Liguri nel territorio di Parma

Del teschio, mancante della parte superiore della calotta e della mandibola, venne effettuata un’analisi: na parla Luana Kruta Poppi che, riportando  Le antiche popolazioni del territorio emiliano-romagnolo. Catalogo antropologico (di Fiorenzo Facchini e Telesca Minelli, in Emilia Preromana 7, 1971-1974) segnala come l’individuo fosse affetto da brachicefalia (in pratica: il cranio più largo che lungo).

All’interno della sepoltura furono rinvenute diverse armi defunzionalizzate ed un eccezionale elmo in bronzo del tipo Montefortino con corna in lamina applicate, mentre non vengono menzionati altri oggetti di corredo.

Guerriero di Casaselvatica
Le armi defunzionalizzate del "guerriero di Casaselvatica" - Museo Archeologico Nazionale di Parma
Le armi:

La spada: in tre pezzi, defunzionalizzata ritualmente (piegata a spirale), si tratta di una spada a doppio tagliente di tradizione lateniana; la lama è stata deposta all’interno del fodero (ne rimane traccia), di cui rimane anche il ponticello per la sospensione. Non sono stati ritrovati altre informazioni sulla modalità di sospensione, né anelli né cinto sospensorio in metallo.

La lunghezza, ovviamente lacunosa, riportata dalla Kruta Poppi è di almeno 65cm (ma parrebbe superare i 75cm) per una larghezza massima di 4,5cm.

A causa del pessimo stato di conservazione risulta molto difficile risalire alla tipologia della spada né del puntale di fissaggio né, tantomeno, del manico (non sono riportati chiodi di fissaggio rinvenuti nella sepoltura).

Spada lateniana - Lejers
Schema del fodero metallico lateniano - da Thierry Lejars, Les fourreaux d’épée laténiens. Supports et ornementations, in L'immagine tra mondo celtico e mondo etrusco-italico: Aspetti della cultura figurativa nell'antichità, a cura di Daniele Vitali

Il coltello: ad un solo tagliente; la lunghezza attuale della lama si attesta a 24cm (Luana Kruta Poppi propone una lunghezza totale della lama attorno ai 30cm); codolo a sezione quadrata lungo 9cm, con parte terminale curvata a U. La particolarità della terminazione a U permette due interpretazioni: la prima è che, sebbene la lama non paia essere stato defunzionalizzata, lo stia stato il codolo, per rendere il coltello di difficile impugnatura; la seconda è che già in antico tale piegatura ad U fosse presente e servisse per bloccare il manico in materiale organico (cuoio, legno, osso), ora scomparso.

Coltello di Casaselvatica
Riproduzione del coltello di Casaselvatica: si è mantenuta la piegatura a U del codolo. La lama è in brut de forge

La lancia:

– cuspide con costolatura centrale, spezzata in due parti (piegata a spirale come la spada); si tratta di un oggetto straordinario per la sua grande dimensione: 61cm di lama, 12cm il cannone (diametro intreno 1,7cm) per un totale di 73cm di ferro. Stando alla Kruta Poppi, la base della lama, di cui non si sa se a forma romboidale o stondata, doveva arrivare ad una larghezza massima di 6cm, per giungere ad una larghezza massima di 1,5cm in punta.

– tallone troncoconico, lunghezza 24cm (diametro esterno 2,2cm); la parte finale appare stondata.

Riproduzione della lancia di Casaselcatica: cuspide e tallone - Riproduzione ad opera di Diego Pasti (Bologna)

La lunghezza complessiva delle parti in ferro è di 97cm, che ne fanno un’oggetto straordinario, molto probabilmente un oggetto status symbol piuttosto che un oggetto realmente funzionale (soprattutto in un contesto montano), a causa della grande dimensione che ne rende l’uso molto difficile.

Tipologie di lance così sviluppate diverranno più comuni in ambito celtico con la fine del III secolo e soprattutto nel LT D (150 a.C. – romanizzazione), in un periodo in cui la modificazione delle armate celtiche sul campo di battaglia sarà molto forte: si passerà da armate molto mobili a reparti statici, che si avvicinano al nemico in formazione, equipaggiati con armi ad asta con cuspidi molto sviluppate (le cosiddette “lance a baionetta”). Ma le lance a baionetta avranno una morfologia differente, in cui la base della cuspide sarà maggiormente sviluppata al fine di sopportare l’urto e le sollecitazioni derivanti dall’impatto, cosa che nella lancia di Casaselvatica non sembra essere, nonostante la presenza della costolatura centrale atta ad irrobustirne la lama.

Evoluzione schematica dell’armamento celtico:

L’elmo

Misure riportate dalla Kruta Poppi:
Altezza della calotta: altezza 20cm, diametro interno 14,5 x 22,5
Bottone apicale: diametro 2,25cm
Paragnatidi: altezza 13,5cm

 

Misure riportate dalla M. Catarsi Dall’Aglio:
Altezza massima elmo: 47,5cm
Largezza: 60cm
Altezza corno: 48cm

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Sicuramente l’elmo è il pezzo forte della sepoltura, citato in manuali ed esposto in mostre (l’ultima Brixia. Roma e le genti del Po): si tratta di un elmo in bronzo di tipo Montefortino, tipo C secondo la classificazione proposta da Filippo Coarelli nel 1976.

Tale modello, tipico dell’ultimo scorcio del IV secolo a.C. e della prima metà del secolo seguente, è caratterizzato da paragnatidi di forma anatomica falciforme che, rispetto ai modelli più antichi con paragnatidi trilobate, consentono una miglior esperienza di utilizzo in contesti bellici: grazie allo sviluppo delle parti sporgenti il guerriero ha maggior protezione a naso, guance, bocca e mento, senza però vedersi diminuire campo visivo o possibilità di parlare/interagire. Alla stessa famiglia appartengono altri due elmi rinvenuti in Emilia-Romagna: l’elmo della ricchissima tomba Benacci 953 di Bologna, “di produzione etrusca o comunque centro-italica, si data tra la fine del IV e i primi decenni del III sec. a.C.” (Giuseppe Sassatelli, Tomba Benacci 953, in I galli e l’Italia, p. 118), e quello con iscrizione erimaqú spolítiú della tomba I della necropoli Benacci Caprara sempre di Bologna (Anna Marinetti ne propone la lettura come “Erimaqu lo spoletino” in L’iscrizione ‘sudpicena’ sull’elmo da Bologna: una nuova proposta).

Un elmo con iscrizione latina arcaica al Museo di Cremona In: L'Italie préromaine et la Rome républicaine. I. Mélanges offerts à Jacques Heurgon. Rome : École Française de Rome, 1976. pp. 157-179. (Publications de l'École française de Rome, 27)

La peculiarità dell’elmo sono le corna in lamina di bronzo (solo una è stata rinvenuta), inserite in apposite cerniere saldate alla calotta; l’unico corno rinvenuto presenta una decorazione a sbalzo con motivi solari (rosette) entro schemi geometrici.

Particolare della decorazione a sbalzo dell'elmo di Casaselvatica - da Manuela Catarsi Dall'Aglio, La seconda età del ferro nel territorio parmense
Particolare della decorazione a sbalzo dell'elmo di Casaselvatica - da Manuela Catarsi Dall'Aglio, La seconda età del ferro nel territorio parmense

L’elmo di Casaselvatica esposto presso il Museo Archeologico Nazionale di Parma:

Come si può notare nelle prime foto solo recentemente l’elmo è stato esposto nella sua sede presso il Museo Archeologico Nazionale di Parma in modo corretto: per diversi anni, infatti, risentendo della definizione “berretto da fantino” questi modelli vennero (e vengono tuttora esposti in alcuni musei) al contrario, cioè col paranuca rivolto verso l’osservatore, a mo’ di visiera (Gallica Parma ne ha parlato qui).

Il sistema di chiusura dell’elmo:

Le paragnatidi anatomiche presentano ancora i chiodini esterni per il sistema di allacciatura mediante fascia in cuoio allacciata sotto la gola (soggolo); la fascia in cuoio era fatta passare attraverso due piccoli anelli agganciati nella parte posteriore dell’elmo, mediante un sistema di aggancio di cui oggi rimane solamente il foro:

Schema dell'allaccio dell'elmo mediante laccio in cuoio passante per l'anello fissato al paranuca - da John Miles Paddock, The Bronze Italian Helmet The development of the Cassis from the last quarter of the sixth century B. C. to the third quarter of the first century A. D. Volume II.
Allacciatura dell'elmo con laccio passante sotto la gola ed incrociato sotto il mento. Busto in marmo detto di Pirro (I d.C.) rinvenuto nella Villa dei Papiri di Ercolano, una copia romana da un originale greco ora esposto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Paranuca dell'elmo di Casaselvatica (Berceto - Parma) con foro di sospensione degli anelli.
Anello di fissaggio del laccio di cuoio - Elmo tipo Montefortino in bronzo, da Vulci 400-300 ac, Musei Vaticani
Foto di Tiziano Capelli - Ricostruzione dell'elmo di Casaselvatica a cura di Andrea Moretti.

Elmo di Casaselvatica: i confronti

 

L’elmo cornuto di Casaselvatica trova diversi raffronti con altri esemplari rinvenuti in Italia, tra Appennino Tosco-Emiliano e le Marche, tutti in bronzo e tutti databili tra IV e III a.C.: l’elmo del guerriero ligure di Pulica (rinvenuto in una tomba a pozzetto assieme ad una spada e ad una fibula lateniane), l’elmo della t. 132 di Monte Tamburino, il singolo corno in lamina rinvenuto a San Rossore di Pisa, l’elmo dalla t. III (o V?) di Todi (a volte chiamato “da Canne”) con corna enormi e montate verso il basso. Vi sono poi elmi privi sì delle corna ma che mantengono tracce delle cerniere per il loro inserimento: due esempi sono l’elmo della t. XXV di Montefortino d’Arcevia e l’elmo da Numana (tipo B di Coarelli), ora al Musée du Cinquantenaire di Bruxelles, appartenuto alla collezione privata del conte Pompeo Aria (a cui è dedicato il Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto).

Elmi di bronzo decorati con corna di lamina: n.1, Collezione P. Aria; n. 2, da Montefortino d’Arcevia t. XXV; n. 3 da San Rossore, Pisa; n. 4 da Todi; n. 5 da Casaselvatica (Parma); n. 6 da Pulica di Fosdinovo (La Spezia); n. 7 da Monte Tamburino di Monte Bibele (Bologna) tomba 132 - da Daniele Vitali, Un elmo di bronzo tra le carte d’archivio di Giovanni Gozzadini, in Studia Celtica classica et romana. Nicolae Szabo septuagesimo dedicata

Occorre segnalare che dei pochi elmi cornuti rinvenuti almeno quello di Pulica, quello di Numana/Bruxelles e quello di Todi hanno subito l’aggiunta delle corna solo in una fase successiva della lavorazione (per l’elmo “Frankenstein” di Pulica cfr. Guerrieri dell’età del ferro in Lunigiana a cura di Emanuela Paribeni; per Numana cfr. Un elmo da Numana a Bruxelles di Marta Mazzoli: per Todi cfr. Un elmo con iscrizione latina arcaica al Museo di Cremona di Filippo Coarelli): prodotti in una officina del centro Italia, tali oggetti subiscono una sorta di “customizzazione” con l’aggiunta delle corna montate su cerniere. Sul perché della scelta delle corna occorre discuterne, entrando nella sfera dell’antropologia culturale dell’evo antico e riprendendo il valore simbolico del palco di corna come possenza virile e quindi bellica e del significato di crescita/rinascita (vedi oltre per l’ipotetico valore funzionale delle corna).

Oltre ai summenzionati rinvenimenti, elmi cornuti trovano rappresentazione anche in due affreschi tombali campani datati tra IV e III secolo, in entrambi i casi indossati da cavalieri:

Nola, tomba “del cavaliere”: particolare dell’elmo cornuto – si tratta anche in questo caso di un Montefortino tipo C
Capua: cavaliere della tomba Weege 12; l’elmo, di modello calcidese sud-italico oltre alle corna, presenta anche una piuma

Queste due rappresentazioni, in aggiunta all’estrema rarità di elmi cornuti (non bisogna mai dimenticare l’esistenza anche di elmi pileati con corna applicate) fortificano ulteriormente l’ipotesi che questi elmi appartenessero ad individui di rango, cavalieri o capi militari, che segnalavano la loro afferenza all’élite attraverso lo sfoggio di oggetti status symbol a cui questa tipologia doveva appartenere: si tratta infatti di elmi che a causa del loro ingombro e fragilità, sono difficilmente indossabili in reali contesti bellici, e questo soprattutto per un fante. Si tratta più probabilmente di particolari “segnalatori” del ruolo del guerriero sul campo di battaglia o in quei contesti cerimoniali/ufficiali in cui è richiesta l’indicazione del proprio rango/status sociale. A riprova di ciò, si deve ricordare come la t. 132 di Monte Tamburino spicchi come una delle più ricche della necropoli, sia per ricchezza d’armi (oltre alla spada, vi sono una lancia, tre giavellotti e la rimanenza di uno scudo) sia per oggetti status symbol come lo strigile ed il vaso a gabbia (indicativo, a Monte Tamburino, dell’avanzata età dell’individuo) che rimandano all’atletismo ed alla cura del corpo, sia per un vasto corredo da simposio.

Il guerriero di Casaselvatica doveva quindi essere un membro eminente della sua comunità.
La domanda però è spontanea: di quale comunità? Era cioè un ligure o un celta?

Un guerriero ligure o celta?

L’attribuzione ad una delle due etnie risulta difficile per diversi fattori:

1- La particolarità della sepoltura: se è tipica della cultura ligure sia la sepoltura in pozzetto rivestito da lastre sia la defunzionalizzazione delle armi, ciò che manca per stabilirne l’appartenenza all’ethnos ligure è l’incinerazione del corpo defunto e la sua conseguente deposizione in ossuario all’interno del pozzetto. Nel caso di Casaselvatica, infatti il corpo non venne incenerito ma deposto (incastrato?) all’interno del pozzetto. Inoltre, anche se non tipico, anche la cultura boica conosce la defunzionalizzazione delle armi, come bene evidente dalle necropoli di Bologna e Monte Tamburino (nella fase mediana e recente della necropoli, coeva alla tomba di Casaselvatica).

2- L’ambiguità delle armi: non esiste una “panoplia” ligure nel III a.C., ossia non esiste una panoplia che possa essere identificata in modo univoco come ligure: l’appartenenza etnica non è quindi identificabile a partire dalle armi della sepoltura. Anzi, nell’areale ligure occidentale del IV e III a.C. (ma non solo) si assiste ad un processo che dalla mancanza di una propria tecnologia militare sviluppata porta all’adozione delle tecnologie “trovabili sul mercato”: la spada dei guerrieri liguri è quella lateniana (a cui si aggiunge anche il grande numero di fibule lateniane in rapporto anche al numero di fibule tipicamente liguri come le fibule ad arco foliato o apuane) e gli elmi sono di tipo Montefortino di produzione etrusca. Indicativa è questa citazione di Posidonio in merito agli scudi liguri

“I Liguri hanno un armamento, per struttura, più leggero di quello dei romani; li difende infatti uno scudo ovale lavorato alla moda gallica ed una tunica stretta in vita, ed attorno avvolgono pelli di fiera ed una spada di media misura”
Posidonio fr. 118 Jacoby in Diodoro V 39, 1

Nonostante l’adozione della spada lateniana, che necessita di un cinto sospensorio per la sospensione, occorre segnalare che il cinto non compare quasi mai nelle sepolture liguri: caso raro sono le due sepolture in cui compare la catena sospensoria della spada, quella di Tombara di Pariana (in cui compare anche un altro oggetto inusuale: un bracciale ad ovuli lateniano, canonicamente un oggetto femminile) e quella di Pulica. Nella sepoltura di Casaselvatica non sembra esserci traccia del sistema di sospensione della spada.

3. L’ambiguità dell’elmo: oltre alle armi, anche l’elmo ha una connotazione “ambigua”, ossia non aiuta a chiarire l’appartenenza etnica del suo proprietario. Che si tratti di prede di guerra o meno, gli elmi cornuti (o che mantengono tracce dei supporti per l’inserimento di applicazioni/corna) e le loro rappresentazioni sono stati rinvenuti in contesti che toccano un ampio raggio, dall’Emilia-Romagna alla Lunigiana, alle Marche all’Umbria fino alla Campania, e consequenzialmente ambiti culturali diversi: ligure, boico, senone, etrusco (?) e sannita (anche se alcuni autori propongono la soluzione che i cavalieri con elmi rappresentino cavallieri galli). Se l’ambito ligure è certo per la sepoltura di Pulica, gli elmi di Monte Tamburino e delle Marche sono tutti riconducibili a contesti culturali celtici (boico e senone); per quanto concerne invece l’elmo di Todi, con le sue corna gigantesche girate verso il basso, non ho al momento informazioni sulla provenzienza culturale (etrusca? umbra?), ma non bisogna dimenticare che il donatore della splendida statua conosciuta come Marte di Todi, Ahal Trutitis, denota un’ascendenza celtica. Gli affreschi campani, nonostante alcuni autori li vogliano la rappresentazione di cavalieri galli, mostrano come elmi cornuti non fossero solamente appannaggio celtico o ligure. Anche da questo punto di vista, quindi, il propendere per l’una o l’altra etnia risulta difficile.

4- La mancanza del corredo: non sembra siano stati rinvenuti materiali ceramici né altri elementi di corredo oltre all’elmo ed alle armi che possano aiutare nell’identificazione

5- Un territorio di insterscambi: l’areale appenninico in cui è stata rinvenuta la sepoltura, lungo l’asse che col passo della Cisa unisce Emilia e Lunigiana, fino al fiume Magra ed all’abitato ligure di Ameglia, è da sempre un luogo di interscambio tra diverse culture: estrusca, ligure, celtica e, successivamente, romana. Se è vero che sepolture liguri sono state rinvenute anche in contesti pedecollinari, verso la pianura canonicamente abitata nel IV e III a.C. dai galli boi, è anche vero che dalle vallate appenniniche dei maggiori fiumi della provincia di Parma (Stirone, Ceno, Taro, Baganza) sono emersi materiali lateniani databili fino anche al LT D, dimostrando una persistenza di identità culturale molto forte e prolungata (per la più aggiornata sinossi dei rinvenimenti liguri e celtici nel Parmense si veda Celti e Liguri nel territorio di Parma di Daniele Vitali).

Il fatto poi, che nella vallate appenniniche già a partire dal III sec. a.C. siano attestati archeologicamente sia Celti che Liguri e nelle tombe di questi utlimi siano presenti anche materiali La Tène potrebbe essere la prova dell’esistenza di una fascia di interdigitazione tra le due etnie, in virtù della quale troverebbe logica spiegazione l’apparente contraddizione insita tra i testi di Polibio e Livio relativamente agli avvenimenti della guerra annibalica, successivi alla battaglia del Trebbia del 218 a.C. Per Polibio, infatti, il generale cartaginese trascorse l’inverno èn tè keltikè, mentre per Livio in ligures… concessit.
Manuela Catarsi dall’Aglio, La seconda età del ferro nel territorio parmense

Vicinanza e rapporti così stretti che portarono Livio a scrivere, in proposito dei liguri e dei galli Boi:

le guerre dei Liguri erano sempre state legate a quelle galliche; quelle popolazioni solevano portarsi reciproco aiuto, data la loro vicinanza.
Livio XXXVI 39, 6

Alla luce di questi problemi risulta realmente difficile stabilire l’appartenza etnica del guerriero sepolto a Casaselvatica: ligure orientale oppure boico occidentale? E se ligure, a quale delle diverse comunità liguri che gravitavano tra l’Emilia e l’Appennino Tosco-Emiliano poteva appartenere? Tra Friniati (forse troppo ad est), Veleiati (forse troppo ad ovest), Apuani (forse troppo a sud), Ilvati (di difficile localizzazione, ma non dovevano essere troppo distanti da Piacenza, se per Livio – che li inserisce tra i popoli non sottomessi al di qua del Po – nel 200 misero a ferro e fuoco Piacenza per poi essere sottomessi da Quinto Minucio Rufo nel 197 a.C.) risulta arduo stabilirlo.

E se la soluzione fosse…

E se alla fine la possibile soluzione risiedesse in quanto riportato da Manuela Catarsi?

Essa fu rinvenuta, a seguito di movimenti franosi, al margine di un vasto pianoro digradante verso il torrente Baganza dominato dalla formazione rocciosa dei Salti del Diavolo il cui sperone più basso, che ricorda nella forma un menhir, presenta sulla superficie verticale, in direzione della tomba, una serie di coppelle. Si ripete, dunque, anche in questo caso l’associazione di massi coppelliformi con siti d’insediamento pre-protostorici già segnalato nel parmense per il Groppo di Rocca Varsi in Val Ceno e il Canale di Miravescovo in Val Taro. A sottolineare la sacralità del luogo di sepoltura il legame tra massi a coppelle e culti delle vette verrebbe nella fattispecie suffragato anche dal toponimo “Salti del Diavolo” che, messo in relazione nelle leggende locali a un passaggio del Maligno, cela probabilmente il ricordo di cerimoniali religiosi pagani.
Manuela Catarsi, La seconda età del ferro nel territorio parmense

E se quindi la chiave di lettura fossero le coppelle localizzate nei pressi della sepoltura, che rimanderebbero alla tradizione ligure più che a quella boica?

Se l’inumato della sepoltura di Casaselvatica fosse un ligure, saremmo innanzi ad una particolarità spiegabile forse nell’adozione, da parte di un personaggio eminente (che tradizionalmente sarebbe stato incenerito, ed ossa e relative ceneri inserite in un vaso ossuario deposto nella tomba a pozzetto) di una modalità di sepoltura allogena, da ricercarsi nell’uso dei galli Boi di inumare (caso a parte la necropoli della zona A di Casalecchio, in cui è da ravvisarsi un’ulteriore differenza etnica – elvetica?). Forse l’adozione, da parte di un membro dell’élite ligure di un costume legato all’etnia egemone nella regione per fini politici e sociali, una sorta di auto-affermazione della propria importanza, al pari dei vicini e più politicamente importanti galli. O forse nemmeno questa ipotesi è la verità. Magari, come mi suggerisce la regia, si è trattato solamente di un caso in cui non vi è stato il tempo per la pira funebre.

Bibliografia ragionata:

– Luana Kruta Poppi, La sépulture de Casa Selvatica à Berceto (prov. de Parme) et la limite occidentale du faciés boïen au IIIe siècle av. n. è., in Études Celtiques, XVIII (1981), pp. 39-48

– Renato Scarani,  L’elmo di Casaselvatica e gli analoghi rinvenimenti dell’Emilia e Romagna, in Parma nell’arte, anno XI, fasc. 2 (1979), pp.7-20

– Mirella Marini Calvani (a cura di), Guida al Museo Archeologico Nazionale di Parma, collana: Guide archeologiche dell’Emilia Romagna, Edizioni Essegi, Ravenna (2000)

– Emanuale Paribeni (a cura di), Guerrieri dell’età del ferro in Lunigiana. Catalogo della mostra, Edizioni Giacché, La Spezia (2007)

– Daniela Locatelli, Elmo etrusco-italico da Berceto, in Brixia. Roma e le genti del Po. III-I secolo a.C. un incontro di culture. Catalogo della mostra, Giunti (2015), p. 119

– Daniele Vitali (a cura di), Celti ed etruschi nell’Italia centro-settentrionale dal V secolo a.C. alla romanizzazione. Atti del colloquio internazionale, Bologna, 12-14 aprile 1985, Bologna University Press, Bologna (1987)

I Liguri. Un antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo. Catalogo della mostra, Skira (2004)

– Manuela Catarsi dall’Aglio, La seconda età del ferro nel territorio parmense, in Ligures celeberrimi. La Liguria interna nella seconda età del ferro. (Atti del convegno internazionale. Mondovì, 26 – 28 aprile 2002), Bordighera (2004), pp. 333-350

– Daniele Vitali, Celti e Liguri nel territorio di Parma, in Storia di Parma, a cura di D. Vera, MUP, Parma (2009), pp. 147-180

Anna Durante, Corredi tombali con elementi tipo La Tene dal sepolcreto di Ameglia, in Celti ed Etruschi nell’Italia centrosettentrionale dal V secolo a.C. alla romanizzazione, Colloquio internazionale (D. Vitali, a cura di), Bologna, 1985 (1987), pp. 415-436.

– Filippo Coarelli, Un elmo con iscrizione latina arcaica al Museo di Cremona, in: L’Italie préromaine et la Rome républicaine. I. Mélanges offerts à Jacques Heurgon, École Française de Rome (1976), pp. 157-179

– John Miles Paddock, The Bronze Italian Helmet The development of the Cassis from the last quarter of the sixth century B. C. to the third quarter of the first century A. D., Volume I e II

– Daniele Vitali, Un elmo di bronzo tra le carte d’archivio di Giovanni Gozzadini, in Studia Celtica classica et romana. Nicolae Szabo septuagesimo dedicata, L. Borhy, Budapest 2012, pp. 277-284

– Paola Santoro (a cura di), I galli e l’Italia. Catalogo della mostra, De Luca – Sovrintendenza Archeologica di Roma, Roma 1979

– Marta Mazzoli, Un elmo da Numana a Bruxelles, in Bulletin des Musées Royaux d’Art et d’Histoire, 82 (2011)

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